‘I martiri di G.’: capitolo III

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Stava piovendo da qualche minuto quando l’orologio della cattedrale fece riecheggiare i suoi sette monotoni rintocchi. Il dottore Marco Tullio Ferraris era arrivato davanti all’uscio di casa. Bussò con il pesante battente e la porta si aprì. Entrò fulmineo come se stesse fuggendo da qualcuno che lo inseguiva e in silenzio si affrettò lungo il corridoio semibuio. Si sentiva soltanto il rimbombare dei suoi passi cadenzati. Tuttavia il dottore sapeva di non essere solo: percepiva una presenza che con grande difficoltà tentava di adeguare la velocità del proprio passo al suo. Rassicurato, continuò a camminare senza voltarsi e senza pronunciare parola.

Entrò nel salotto. La luce della stanza gli procurò un leggero fastidio alla vista, ma durò un attimo. Si tolse cappello e cappotto bagnati e li appoggiò con noncuranza sopra una sedia. Guardò distrattamente la pioggia che bagnava i vetri della finestra e si accorse che stava scendendo la nebbia. Un impercettibile sorriso di compiacimento passò rapidamente sul suo viso: gli procurava un senso di piacere il fatto che fosse finalmente a casa e che la nebbia stesse scendendo solo adesso ad avvolgere G. Sprofondò nella poltrona davanti al camino acceso e chiuse gli occhi piegando la testa all’indietro per appoggiarla allo schienale. Sentiva che il calore del fuoco rinvigoriva il suo corpo stanco e infreddolito. Con gli occhi chiusi, immaginò ciò che gli stava accadendo intorno in quel momento. Eligio, il suo giovane inserviente dai capelli rossi, era a pochi passi da lui e stava fissando il cappello a fasce grigie sulla sedia. Lo sentiva respirare affannosamente per la fatica che gli era costata seguire il padrone lungo il corridoio. Era zoppo ad un piede. Tuttavia l’uomo non provava alcun senso di colpa per la pena inflitta al giovane, anzi, sogghignò: non era colpa sua se la Natura aveva scelto Eligio per divertirsi. Anzi, lui aveva reso la vita del fulvo giovanotto meno triste e povera portandolo via dall’orfanotrofio di G. quando era ancora bambino per farlo vivere in casa propria.

«È stato molto brutto?» chiese timidamente Eligio rompendo il silenzio di quella stanza e continuando a fissare il copricapo.
Il suo padrone continuava a tenere gli occhi chiusi: sentiva che sarebbe stata una insostenibile fatica, in quel momento articolare suoni di senso compiuto per soddisfare quella curiosità. Non rispose. Eligio sentì il respiro morirgli in gola e le gote accaldarsi per la vergogna: quanto era stato sciocco – pensava – a credere che il dottore gli avrebbe risposto.

«Ti piace?» domandò a bruciapelo, invece, il dottore scatenando in Eligio una tempesta di imbarazzo misto a timore reverenziale. Si sentiva come Adamo quando fu sorpreso da Dio a cibarsi del frutto proibito. Quel cappello gli piaceva, ma apparteneva al suo padrone e questo bastava per farlo sentire in colpa anche solo a guardarlo. Preferì non rispondere. Prese cappello e cappotto ed uscì dalla stanza trascinando vistosamente il piede zoppo.

Il dottore era rimasto tutto il tempo con gli occhi chiusi sprofondato nella poltrona. Con la mente seguì Eligio che uscito dal salotto attraversava il lungo corridoio semibuio. Solo quando lo immaginò varcare la soglia della cucina riaprì le palpebre. Finalmente si sentiva ritemprato. Si alzò e si diresse verso una porta alle spalle della poltrona. Quando vi fu davanti estrasse una chiave dal panciotto e la infilò nella toppa. La porta si aprì. Entrò lentamente e la richiuse dietro di sé.

 

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