Quella mattina il cimitero di Laghimbergo sembrava più silenzioso del solito. Come al solito Zenone aveva spazzato i vialetti con la scopa di saggina e sistemato i fiori di qualche tomba che non vedeva anima viva da un po’. Era pronto a sedersi sulla sua sdraio, quando un urlo interruppe i suoi programmi.
«Zenone, l’hanno rubata!»
Era la signora Michelina, settantotto anni, vedova con la devozione di un esercito. Correva verso il custode, reggendo con una mano il foulard nero che le fasciava la testa canuta e stringendo il rosario con l’altra.
«Zenone, l’hanno rubata!» ripeté trafelata una volta raggiunto Zenone.
«Che cosa? La pazienza?»
«La statuetta della Madonna Addolorata, quella della cappella vecchia.»
Zenone alzò gli occhi al cielo: era chiaro che il libro sulla vita di San Giuda Taddeo, patrono speciale nei casi disperati, e il thermos di succo di mirtillo avrebbero dovuto aspettare. Si incamminò verso la cappella vecchia con passo svelto mentre la signora Michelina lo seguiva borbottando litanie in un improbabile latino. Quando arrivò non poté fare altro che constatare la sparizione: la nicchia era vuota. A terra un mazzo di fiori secchi e un fazzoletto sbiadito, quello su cui poggiava la statuetta.
«E ora chi lo dice ai morti?» bisbigliò l’uomo grattandosi la barba grigioneve, preoccupato più della reazione dei defunti che del cicaleccio dei vivi.
E infatti, nei giorni seguenti il paese entrò in fermento come quando al pranzo di Natale qualcuno dice che vota ancora lo stesso partito e inizia il dibattito che dura fino al dolce.
«È stato il figlio del tabaccaio, quello che vende le cose su internet.»
«È stato il ragazzo della pompa di benzina, l’ho visto che aveva un’aria strana.»
«È stato quel tizio nuovo con la bicicletta elettrica. Eh, quelle robe lì costano.»
«È stato quello con il SUV, che ha i soldi ma non si sa da dove vengano.»
«Secondo me l’ha presa la Madonna che s’è stufata di stare lì a prendersi le lamentele di tutti.»
Nel frattempo Zenone ascoltava e osservava, ma in silenzio. Era convinto che la spiegazione fosse molto più semplice. Una spiegazione che non impiegò molto ad arrivare. Tre giorni dopo il fattaccio, infatti, vide un movimento sospetto proprio dietro la cappella vecchia: una bambina seduta su una pietra e tra le braccia qualcosa avvolto in un panno chiaro.
«La cappella oggi è chiusa al pubblico» le disse con tono gentile.
La bambina sobbalzò spaventata. Lo guardò per qualche istante.
«Non l’ho rubata» spiegò con un filo di voce.
Zenone la riconobbe. Era Teresa, dieci anni e la madre in ospedale da due settimane.
«Quando venivamo a trovare nonno, mamma lasciava sempre un fiore a questa Madonnina. Diceva che lei ci ascolta più del parroco» raccontò guardando il fagottino. «Quando è entrata in coma ho pensato che… forse portandola a casa mi avrebbe aiutata a sentirla ancora vicina.»
Il custode si sedette accanto a lei.
«La Madonna sarà arrabbiata con me?» chiese Teresa con gli occhi lucidi.
«Non lo so, ma ti posso dire che la Madonna ha il cuore largo» la confortò Zenone accarezzandole la piccola testa bionda. «Ora però dobbiamo rimetterla a posto, così anche gli altri potranno parlare con lei, non solo tu.»
Teresa annuì e i due insieme rimisero la statuetta della Madonna Addolorata al suo posto e scrissero un biglietto che sistemarono accanto alla nicchia: “Sono andata a trovare un’amica. Scusate se non ho avvisato e vi ho fatto fare brutti pensieri”.
Il sole stava tramontando e Zenone aveva chiuso il cancello del cimitero. Anche quella sera aveva deciso di rimanere al fresco del cipresso della spianata a sorseggiare succo di mirtillo. Prima, però, prese il suo taccuino e scrisse: “Quando si ruba per disperazione e si restituisce per amore, la colpa pesa meno”.
(immagine by Canva)
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