A Laghimbergo tutti lo chiamavano lo sfossamuort’. No, non era un’offesa, né un soprannome dato per scherno. Anzi, era una forma di rispetto, quasi di affetto. Perché Zenone – poco più che sessantenne, magro come una riga, occhi scuri e barba grigioneve – non era semplicemente il custode del cimitero a ridosso del lago. All’occorrenza, faceva anche il becchino, si prendeva cura delle tombe e persino dei defunti stessi (a volte pure dei vivi che passavano da lì), come se continuassero ad avere bisogno di qualcuno anche dall’altra parte: lucidava le lapidi, aggiustava i fiori con pazienza, parlava con i morti come se fossero ancora lì.
Eppure non era un uomo cupo: aveva la lingua pungente, il sorriso pronto e la battuta filosofica sempre a portata di mano. “Se pensate che un cimitero sia solo tristezza, vi sbagliate. Qua dentro c’è più vita che in piazza. Bisogna solo avere orecchie allenate… e un po’ di tempo” diceva, lisciandosi la barbetta grigia con aria di chi la sapeva lunga.
Insomma, il cimitero per lui era una sorta di microcosmo in cui rifugiarsi e non solo per lavoro, con buona pace di chi ogni volta gli chiedeva se non avesse paura di restare in quel posto fino a tarda sera e di rimanerci persino a dormire d’estate. “Non è dei morti che si deve avere paura: loro non urlano, non ti chiedono prestiti e non litigano per il parcheggio” rispondeva con un sorriso ironico.
A dire il vero, quello che a Zenone piaceva erano la frescura e il silenzio di quel posto. Due beni preziosi in un piccolo paese del Sud che d’estate si riempiva dei ciao né — come lui chiamava gli emigrati tornati in villeggiatura — con le loro risate sguaiate, i motorini che facevano più rumore delle campane, e le serate chiassose in piazza.
L’importante era che non mancassero mai il succo di mirtillo nel piccolo frigorifero della stanza del custode, la sdraio di legno dove aveva scritto con un pennello ‘Posto in prima fila per la vita eterna’ e un buon libro da leggere all’ombra di un cipresso. Le sue letture preferite erano le vite dei Santi. Si era appassionato all’agiografia quando, ancora bambino, aveva scoperto di portare il nome del Santo protettore dei pescatori di acqua dolce, San Zenone da Verona. Perché la mamma aveva fatto un voto: se suo fratello, disperso in una battuta di pesca lacustre, fosse tornato a casa sano e salvo, lei avrebbe chiamato Zenone il suo primogenito. “Lo zio non è mai tornato – raccontava – ma mia madre diceva sempre che le promesse ai Santi non hanno scadenza”.
E immancabile compagno delle sue lunghe giornate era un taccuino dalla copertina viola e consunta, dove a fine giornata annotava tutto: le chiacchiere dei vivi, i sospiri dei defunti, le promesse dei politici, le preghiere dei parenti e persino i rimproveri dei fantasmi che ogni tanto si facevano vivi più dei vivi. Di tutte quelle voci (oltre che delle chiavi del camposanto) era diventato il custode.
E infatti, le storie che seguono sono le sue: ironiche, pungenti, malinconiche, però luminose. Sono racconti tratti dai suoi appunti e che dimostrano come, tra le tombe, non si conservi solo la morte ma anche un pezzo di vita.
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