I racconti di Zenone. Quando i morti fanno l’appello

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Il corteo procedeva lentamente. In testa c’era il carro funebre nero e lucido, a seguire un gruppo variopinto di parenti, amici, conoscenti e curiosi. Alcuni vestiti a lutto, come una signora in prima fila sulla sessantina, con un mazzo di garofani rossi in mano e il viso contrito più per circostanza che per reale sentimento. E poi c’erano altri con colori discutibili come il giovanotto con la camicia a fiori in seconda fila. “Perché zio Peppino era un tipo vivace” aveva detto.

Era il funerale di don Peppino il macellaio, famoso a Laghimbergo per la sua lingua tagliente. Era uno di quei tipi che non le mandava a dire.

«Oggi si prevede confusione» aveva mormorato Zenone davanti al cancello del camposanto mentre il gruppetto si avvicinava, e con il mezzo sorriso di chi la sa lunga.

Fu in quel momento, infatti, che apparve. Segaligno, trasparente, ma inconfondibile. Don Peppino indossava un completo beige con un fazzoletto nel taschino e l’espressione di uno che ha già bocciato metà dei presenti.

«Guarda che circo, Zenò. E non posso nemmeno lamentarmi a voce alta» disse avvicinandosi al custode. «Ma li vedi? Quelli dietro non li ho mai incontrati in vita mia e quello con i baffoni neri tinti che finge di piangere è lo stesso che mi fregava il parcheggio davanti al forno.»

«È il lutto che apre la memoria, Peppì.»

«No, è il palco che attira le comparse.»

Il corteo arrivò davanti al cancello. Si fermò. Quattro giovanotti vestiti di nero scesero dall’auto funebre e con fare veloce presero la bara, se la caricarono sulle spalle e si incamminarono lungo il viale principale del camposanto. A seguire il corteo al quale si erano uniti Zenone e don Peppino.

«Zenò, lo vedi Vincenzino lo stagnaro?» chiese l’anima puntando il dito evanescente verso un signore con il cappello di feltro marrone. «Quello quando veniva a comprare la carne da me, si lamentava che ero troppo caro… poi però andava a bere champagna al bar con la signora Rita. Ora starà pensando a come rubare le bottiglie di vino che ho lasciato in cantina.»

«Eh, magari se il vino è buono vado io a controllare che non lo tocchi» propose sornione il custode parlando con un filo di voce.

«Tu puoi, ma loro no. Guardali, sembrano in fila alla posta per prendere la pensione» tuonò indispettito. «Guarda mia nipote là dietro, tutta vestita di verde. Dice che il verde è il colore della speranza… sì, di ereditare il bancone della macelleria.»

«E tu cosa le hai lasciato?»

«Un biglietto.»

«Cosa c’è scritto?»

«Cara nipote, la vita è come la carne, difficile da digerire: meglio che impari a cuocerla da sola.»

Zenone trattenne a stento una risata. Don Peppino gli era sempre piaciuto: lo riteneva l’unica persona di Laghimbergo con cui parlare schiettamente.

La processione arrivò finalmente dinanzi alla cappella che don Peppino aveva fatto costruire per sé e per quelli che “poi vediamo come si comporteranno quando sarò morto”. Al momento dell’ultima benedizione della salma, si fece largo il prete, giovane, trent’anni appena, un viso pulito e un’aria da seminarista in vacanza.

«Accogli, Signore, l’anima del tuo servo Giuseppe» pronunciò in pompa magna, con voce impostata.

«E chi è questo sbarbatello? Non è certo padre Domenico» commentò l’anima scocciata. «Quello sapeva benedire pure i salumi! Questo, invece, sembra appena uscito da un corso per venditori di aspiravolveri. E poi diglielo Zenò che tutti mi conoscono come don Peppino.»

«Padre Domenico è in ritiro spirituale, questo è un sostituto» spiegò sottovoce Zenone.

Intanto il prete continuava con tono crescente.

«E concedigli, o Signore, il riposo eterno. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Riposi in pace.»

Il corteo rispose in coro Amen, mentre Don Peppino scuoteva la testa in segno di disappunto.

«Riposi in pace… con questi qua che dopo il funerale si andranno a spartire la mia bottega…» sussurrò abbandonandosi, per la prima volta in tutta la sua vita, ad un velo di amarezza.

«Amico mio, qui dentro la pace è solo per chi ha smesso di aspettare qualcosa dagli altri» cercò di consolarlo Zenone.

Terminato il rito, il custode aiutò i 4 giovanotti di nero vestiti a sistemare la cassa e a richiudere il loculo posizionando la lapide.

«Lo sai che non pensavo che mi sarebbe dispiaciuto?» sbuffò l’ex macellaio.

«Cosa? Morire?»

«No, andarmene con questa compagnia.»

«Don Peppì, noi la compagnia da vivi ce la scegliamo, ma purtroppo al funerale arrivano tutti, pure quelli che ci avevano dimenticato. Il fatto è che i funerali sono l’unico spettacolo gratis rimasto in paese» chiosò Zenone con tono quasi rassegnato.

Peppino annuì. Poi guardò la tomba e lesse la frase incisa sulla lapide, quella che aveva scelto personalmente come epitaffio alcuni anni prima e che era un po’ la filosofia della sua vita: “Meglio una verità ruvida che una bugia stirata”.

«Ecco l’unica cosa decente di tutta questa buffonata!» sentenziò mentre scompariva lentamente.

Il dileguarsi di parenti, amici e conoscenti fu invece rapido come le promesse dei politici quando finisce la campagna elettorale. Quando anche l’ultima persona fu andata via, Zenone chiuse il cancello e andò a sedersi sulla sua comoda sdraio per godersi la frescura di quella serata settembrina. Si abbandonò ai pensieri.

Poi tirò fuori il suo taccuino viola e annotò: “Alcuni funerali non finiscono con l’Amen, ma continuano con la guerra al ricordo, ai debiti e alle eredità. Forse il paradiso comincia quando si smette di voler avere ragione pure davanti alla bara”.

(immagine by Canva)

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