Eduardo e la comunicazione difficile: ‘Ditegli sempre di sì’

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Il motivo della comunicazione difficile legato al tema della pazzia è alla base di Ditegli sempre di sì, commedia in due atti sul linguaggio scritta nel 1927. Il protagonista è Michele Murri un commerciante che a causa di una tara ereditaria è stato costretto a trascorrere un anno chiuso in manicomio. Tornato a casa si scontra con l’ambiente piccolo borghese circostante che ai suoi occhi ha assunto i contorni di un pianeta sconosciuto. Questo accade perché Michele, consapevole di essere stato affetto in passato da una confusione mentale che lo aveva portato in manicomio, ora aspira alla logica, alla razionalità pura, al significato primario delle parole, a quello letterale, senza metafore o sovrasensi. Egli, infatti, con il suo controllo maniacale del linguaggio e la sua attenzione puntigliosa alle parole si contrappone in maniera assoluta all’ambiguità espressiva degli altri finendo per rendere difficile se non addirittura impossibile la comunicazione.

Michele Murri ha il chiodo fisso della letteralità linguistica e per questo s’inventa un linguaggio privato con cui si solleva dal resto dell’umanità che non fa altro che imbrogliare se stessa. Il suo è un anti-linguaggio che smonta i giochetti di vanità e ipocrisia che si celano dietro l’uso figurato delle parole utilizzato dai cosiddetti normali che lo circondano. Come quando nel primo atto ad Ettore che afferma “mi sono servito dei depositi dei miei clienti” Michele fa notare che “li ha rubati” dal momento che non erano suoi.

Il ritornello ripetuto dal protagonista “c’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare” è, dunque, la spia del suo linguaggio privato che ci fa comprendere che in realtà la sua malattia non è la pazzia. Michele non concepisce che si possa parlare metaforicamente e questa sua ricerca della verità, oltre ad innescare una serie di esilaranti equivoci, lo porterà anche a smascherare l’ipocrisia altrui quando sarà l’unico ad avere il coraggio di dire che la poesia di Luigi l’attore è incomprensibile e piena di incongruenze.

Ma alla fine il pazzo è costretto a soccombere (torna in manicomio) e non solo perché è pericoloso in quanto ha capito che la vita imprigiona l’uomo e che i veri pazzi sono quelli che ragionano ipocritamente. Ma anche perché è diventato un compito da pazzi voler cambiare un mondo imprigionato nelle ipocrisie.
A tal fine è assai eloquente la scena finale in cui Michele stacca i bottoni di tutte le giacche che trova appese sulle sedie: lui è il folle che smaschera l’ipocrisia della vita e conduce a viverne una più autentica.
Nel secondo atto, infatti, Attilio, gli confessa di odiare i bottoni perché lo fanno sentire imprigionato. Tuttavia il pazzo, “arrivato alla sua (giacca) la guarda, riflette, la indossa senza togliere i bottoni”. Il motivo è semplice: non avverte il peso di alcuna prigione nella sua vita.