Asia Argento, la psicologa: “Il suo è stato istinto di sopravvivenza”

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Si è innocenti fino a prova contraria. Tranne che in tv. E così Asia Argento è stata mandata a casa e non sarà più giudice di ‘X Factor’. Perchè anche se non è colpevole di violenza sessuale nei confronti di un minorenne (nessun tribunale l’ha ancora processata e condannata, a parte quello mediatico) è però rea di essere finita in una infangante vicenda e di essere stata chiamata ‘pedofila’ dai soliti leoni da tastiera. E questo per la tv è stato più che sufficiente.

Eppure in tanti si erano schierati dalla sua parte e si erano spesi per non farla ‘licenziare’. Dalla sua parte c’erano i suoi compagni di viaggio e quella fetta di telespettatori e giornalisti che, più che badare alle sue vicende personali, avevano focalizzato l’attenzione su quella competenza musicale che l’aveva resa un giudice tutt’altro che inferiore agli altri. Ma questo per la tv non è stato sufficiente. È bastato semplicemente mettere in dubbio la veridicità dei suoi racconti.

Ora, lungi da me il voler puntare il dito, assolvere o condannare l’una o l’altra parte (sono una giornalista!), ho deciso di scrivere questo pezzo per raccontare la vicenda da un altro punto di vista. I suoi detrattori sostengono che la violenza non sia vera perché la sua reazione non corrisponde a quella ormai radicata nell’immaginario comune: una donna violentata denuncia e soprattutto cerca di sottrarsi al suo aguzzino. E se, invece, la sua fosse stata una delle reazioni tipiche di chi subisce violenza?
Ne ho parlato con la dottoressa Ines Panessa, psicologa clinica e forense, esperta in psicologia giuridica in ambito civile e penale ed esperta nella valutazione degli abusi e dei maltrattamenti.

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Quando Asia Argento ha denunciato l’abuso subito da Weinstein gran parte dell’opinione pubblica si è scagliata contro di lei mettendo in dubbio la veridicità della sua testimonianza perché non si è opposta, ha denunciato tardi, aveva interessi… In realtà la sua vicenda è comune a tantissime donne vittime di violenza. Perché spesso non si denuncia subito?
Un caso particolare che spiega questo comportamento di assoluto silenzio e che non fa scattare la denuncia, sono le molestie sessuali al lavoro. A questo campo è legato l’impegno, la carriera, i sacrifici, ragion per cui molte vittime per non perdere il lavoro o condizionare la propria carriera restano in un silenzio molto più doloroso di chi agisce il proprio riscatto. Le dinamiche sono complesse e articolate e quando non si riesce a dare un nome alle emozioni, perdendo la capacità di guardare dentro noi stessi e le nostre paure, è come se si rompesse il meccanismo di elaborazione dell’esperienza attraverso il quale ci consegniamo ad un mondo insensato ed in frantumi. Il senso profondo d’impotenza, la percezione di non potersi difendere spesso inducono profondissimi sensi di colpa, paralizzanti sentimenti d’inadeguatezza così importanti da minacciare il rapporto con gli altri e la relazione con se stessi. Il primo dolore è dovuto al timore di non essere creduti, anzi giudicati e, di conseguenza, ci si difende dalla violenza subita, negandola, ridimensionandola o mettendo sotto accusa il proprio comportamento di parte offesa. Questo spiega anche il silenzio della vittima e di quante poche siano ancora le denunce rispetto ai reati che si consumano sotto un silenzio assordante.

È possibile non riuscire a ribellarsi al proprio aggressore e sentirsi ‘paralizzate’ durante la violenza?
Il fenomeno per cui durante una violenza ci si senta ‘paralizzati’ è assolutamente frequente, nella nostra mente insieme all’istinto di conservazione c’è un’altra reazione allo stress, naturale, ma non altrettanto nota: paralizzarsi e arrendersi. In quel momento la mente si dissocia dal corpo per negare a sé stessi ciò che si sta subendo, la paralisi è una reazione di breve durata e di solito avviene in situazioni in cui c’è un elemento di paura o panico. Anche spostare l’attenzione durante o dopo uno stupro può servire come meccanismo di difesa quando si pensa che non ci si può liberare da una situazione pericolosa.

Dopo Weinstein c’è stato l’attore Jimmy Bennett. Anche in questo caso Asia Argento ha raccontato di non essere riuscita a ribellarsi. Come è possibile non riuscire a sottrarsi ad una violenza una seconda volta?
È possibile reagire in maniera recidivante perché ormai quel tipo di risposta è diventato uno schema comportamentale appreso, per cui la vittima tende a reagire sempre nello stesso modo riproponendo lo stesso complesso reattivo che sollecita emozioni non elaborate e pertinenti al trauma subito. Recenti studi hanno dimostrato che il processo di identificazione con l’aggressore non è un semplice meccanismo di difesa attuato dalla vittima d’abuso, ma è supportato dalla presenza dei cosiddetti ‘neuroni a specchio’. Infatti, i circuiti neuronali attivi nel soggetto che compie un’azione, sono gli stessi che – automaticamente – si attivano nel soggetto osservante.

Dopo l’abuso da parte di Bennett, la Argento ha raccontato di aver cercato di ristabilire la ‘normalità’ facendo qualche foto dell’incontro, andando a mangiare insieme. È un atteggiamento possibile da parte di una vittima?
Come nella Sindrome di Stoccolma la vittima, nonostante la violenza subita, prova sentimenti positivi nei confronti del suo carnefice. Tale condizione psicologica è legata a situazioni profondamente traumatiche ripetute nel tempo in cui la persona oppressa percepisce la perdita di controllo sulla sua vita, che si trova nelle mani del suo aguzzino. S’innesca, così, un meccanismo di difesa legato ad un istinto di sopravvivenza. Inconsapevolmente il ‘legame di sofferenza’ consente la conservazione e crea un’idea irrazionale per cui il carnefice potrà redimersi con l’amore e tornare alla normalità. È chiaro che di queste dinamiche complesse e solo apparentemente irrazionali, il soggetto ‘vittima’ non ne è consapevole giustificando a sé stesso e alla propria coscienza tali comportamenti come finalizzati ad un obiettivo salvifico per la propria persona.