Vincenzo Peruggia, il muratore lombardo che rubò la Gioconda e beffò la polizia per due anni.

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Marciranno le tegole del tetto ma il mio nome rimarrà scolpito nei secoli

(Vincenzo Peruggia)

 

Ladro per i Francesi, eroe e patriota per gli Italiani. Ma per tutti era il muratore italiano che nel 1911 mise nel sacco la polizia francese rubando la Gioconda di Leonardo Da Vinci dal Louvre e tenendola nascosta per ben due anni. Si chiamava Vincenzo Peruggia e voleva restituire all’Italia almeno una delle opere che Napoleone Bonaparte aveva trafugato (noi oggi sappiamo che la Gioconda non faceva parte del bottino di guerra napoleonico perché portato in Francia dallo stesso Leonardo).

Nonostante vivesse e lavorasse in Francia, Peruggia in realtà mal sopportava l’atteggiamento di scherno dei Francesi che chiamavano gli immigrati italiani “mangia maccheroni” canzonando pure il mandolino che lui amava suonare. E dal momento che non poteva menarle perché di “costituzione gracile” (motivo per cui nel 1901 era stato riformato dal servizio di leva), decise di vendicare la Patria togliendo ai Francesi qualcosa che non apparteneva loro. Su un opuscolo del Louvre aveva letto dei quadri italiani rubati dal Bonaparte in mostra nel celebre museo parigino e optò per il capolavoro leonardiano soltanto per una questione di misure: era più piccola de ‘La Bella Giardiniera’ di Raffaello Sanzio che era stata la sua prima scelta.

Vincenzo non poteva sapere che in realtà la Gioconda era arrivata in Francia insieme allo stesso Leonardo Da Vinci. Lui era solo un muratore nato nel 1881 a Dumenza, piccolo centro lombardo al confine con la Svizzera da una umile famiglia (il padre era muratore, la madre si occupava dei cinque figli). In Francia era arrivato nel 1907 all’età di 26 anni in cerca di lavoro. Lo aveva trovato a Parigi in una fabbrica di vernici, ma ammalatosi di saturnismo (malattia dovuta all’intossicazione da piombo, metallo contenuto nelle vernici) fu costretto a cambiare lavoro e a farsi assumere dalla ditta di pulizie del signor Gobier che lo mandò proprio al Museo del Louvre con il compito di pulire i quadri e di ricoprirli con cristalli. Ecco come il muratore di Dumenza arrivò alla Gioconda.

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Il furto avvenne lunedì 21 agosto 1911, giorno in cui il Louvre è chiuso al pubblico, ma accessibile agli operai delle manutenzioni. Vincenzo, senza farsi vedere, intorno alle 7 di mattina entrò dall’ingresso usato proprio dagli operai. Arrivato nel Salon Carrè, staccò dal muro la Monna Lisa e si diresse al piano superiore dove staccò vetro e cornice dal celebre ritratto. La coprì con la sua giacca, uscì dal museo e se ne tornò nel suo appartamento in Rue de l’Hôpital Saint Louis, a due passi dal Louvre. Qui nascose il dipinto sotto il piano di un tavolino poco più grande dell’opera e poiché erano già le 9 corse al lavoro giustificando il ritardo con i postumi di una fantomatica sbronza con amici avvenuta la sera precedente.

Il furto venne scoperto soltanto il giorno dopo, il 22 agosto. A dare l’allarme fu l’artista Louis Béroud che era andato al Museo proprio per ‘copiare’ la Gioconda. La gendarmeria perquisì i turisti e interrogò gli operai (il fatto che fosse stata forzata la porta a vetri dell’ingresso per i lavoratori e che fosse priva di pomello fece sospettare che il ladro fosse uno degli operai), fu offerta una ricompensa di 25mila franchi per chi avesse fornito informazioni utili, si ipotizzò il furto ad opera dei Tedeschi. Addirittura finirono dietro le sbarre per alcuni giorni il poeta Guillaume Apollinaire e l’allora sconosciuto Pablo Picasso: il primo aveva avuto in dono dall’amico Géry Piéret alcune statuette fenicie rubate dal Louvre che poi aveva prestato a Picasso per il suo ‘Les Demoiselles de Avignon’. I poliziotti arrivarono anche a casa di Vincenzo per una perquisizione, ma non trovarono nulla. E ironia della sorte, compilarono il verbale seduti al tavolino sotto il quale il muratore italiano aveva nascosto la refurtiva.

Per due anni il capolavoro leonardesco rimase nella casa di Vincenzo che continuò la sua vita di lavoratore a Parigi cercando nel frattempo un modo per far ritornare l’opera a casa sua, in Italia. L’occasione si presentò nell’autunno del 1913 quando il collezionista d’arte fiorentino Alfredo Geri decise di organizzare una mostra nella sua galleria chiedendo ai privati, tramite un annuncio sui giornali, di prestargli alcune opere. Vincenzo, firmandosi Monsieur Vincent Léonard, gli scrisse per vendergli la Gioconda a patto che essa rimanga per sempre nel Belpaese. La vendita andò in porto e Peruggia a dicembre partì per l’Italia in treno nascondendo l’opera “fra la biancheria sporca in una valigia che i doganieri non guardarono” come raccontò decenni dopo la figlia Celestina. I due si incontrarono nella camera d’albergo di Peruggia all’Hotel Tripolitania di Firenze, e con Geri c’era Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi. “Da ingenuo – ha rivelato la figlia Celestina in una intervista di alcuni anni fa per ‘Stile Arte’ – mio padre credeva di aver fatto bene e si aspettava persino una ricompensa: soldi, o una pensione, o un lavoro in un museo italiano come stuccatore o decoratore”. E invece il giorno dopo nella sua stanza d’albergo si presentarono i carabinieri (avvertiti da Geri e Poggi che a fine incontro si erano portati via la Monna Lisa). Vincenzo finì in carcere. Il processo si svolse a Firenze nel giugno del 1914 alla presenza della stampa (anche quella internazionale) e di tantissimi Italiani che erano dalla sua parte e che chiedevano a gran voce che venisse rimesso in libertà.

I difensori d’ufficio – ha rivelato la figlia – chiesero, non ascoltati, il rilascio. Perché il furto era avvenuto in Francia. La costituzione di parte lesa del governo francese era illegittima in quanto iniziativa personale dell’ambasciatore di Francia a Roma e non dietro richiesta del suo governo. E poi l’accusa di estorsione era infondata: papà riconsegnò la Gioconda senza condizioni, chiedendo solo il riconoscimento di un qualsiasi beneficio”.

Fu chiesta anche l’infermità mentale, ma l’uomo fu condannato ad un anno e quindici giorni di carcere (pena ridotta in appello a sette mesi e otto giorni). La Monna Lisa, invece, fu restituita alla Francia dopo un periodo in esposizione a Firenze e poi a Roma.

Fu condannato, credo, perché c’era di mezzo la politica. C’era un contenzioso – ha spiegato Celestina – per via di due navi francesi sequestrate dalla nostra marina, che sospettava un contrabbando di armi a favore della Turchia durante la guerra di Libia. Condannando mio padre si intese non inasprire tale contenzioso”.

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Scontata la pena, Vincenzo tornò a fare l’imbianchino. Fu chiamato alle armi durante il Primo Conflitto Mondiale finendo in un campo di prigionia austriaco, e quando tornò a casa si sposò con Annunciata di 15 anni più giovane (era il 26 ottobre del 1921). “Papà era già famoso – ha ricordato la figlia – e regalava anche cartoline della Gioconda firmate da lui. Si conobbero a Dumenza in casa di una parente dove mamma imparava a cucire”.

Poi tornò in Francia. “Volle beffare tutti una seconda volta – ha rivelato Celstina a ‘Stile Arte’ – e fece un nuovo passaporto con il suo secondo nome, Pietro. Così rientrò a Parigi con la moglie e non fu mai tradito dagli italiani del quartiere che gli volevano bene. Riprese a lavorare, riaccompagnò mia madre a Dumenza per farmi nascere italiana (il 22 marzo 1924, ndr), rientrammo a Parigi dove poi morì”.

A Saint-Maur-des-Fossés, periferia di Parigi, Vincenzo Peruggia morì per un infarto l’8 ottobre del 1925, il giorno del suo 44esimo compleanno e del 29esimo di sua moglie. “Papà mi stava venendo incontro a braccia aperte – ha ricordato – con in mano un cabaret di paste e una bottiglia. Cadde davanti alla porta di casa. Avevo poco più di un anno”. Fu sepolto nel cimitero Condé.

Papà era un idealista – ha tenuto a ribadire la figlia di Vincenzo Peruggia – e ha pagato il suo sbaglio, ha fatto il suo dovere di soldato, ha lavorato onestamente. Penso che la sua memoria non debba essere profanata. Il mio desiderio? Che la sua memoria non sia infangata con menzogne. È già accaduto con lo sceneggiato tv (‘Il furto della Gioconda’ girato da Renato Castellani e trasmesso nel 1978, ndr). Se venisse riproposto nel clima degli anniversari non vorrei rivedere papà presentato come un ubriacone che muore dimenticato in Savoia. Non accetterei inesattezze che toccano la mia onorabilità e quella di mia madre. Mi riferisco a chi lo fece morire 12 anni dopo facendo risultare mia madre bigama”.

 

Articolo scritto per BonCulture