‘I martiri di G.’: capitolo IV

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Una settimana dopo il brutale assassinio nella ‘grotta dei martiri’, la città di G. voleva recuperare la propria quotidianità e dimenticare. Persino il tempo sembrava voler chiudere con quanto accaduto pochi giorni prima: faceva freddo, ma pioggia e nebbia avevano lasciato il posto al sole. Per Eligio, però, era una giornata come tante altre, come tutte quelle in cui il dottor Ferraris lo mandava in giro a sbrigare delle commissioni per lui. Una vera e propria sofferenza per il giovane che viveva con angoscia il tempo trascorso fuori dalle rassicuranti mura di casa. Sapeva bene di non godere dell’approvazione dei suoi concittadini che provavano nei suoi confronti o ribrezzo o compassione. Tutta colpa di quei capelli rossi che la Natura beffarda gli aveva dato in sorte e che nell’immaginario comune non erano una cosa di cui andare fieri o da mostrare con orgoglio. Quella mattina, però, aveva potuto nasconderli. Il suo padrone gli aveva regalato un cappello nero a fasce grigie, un copricapo identico al suo. Un piccolo atto di generosità che Eligio non si sarebbe mai aspettato e che lo aveva reso felice come un bambino a Natale quando scarta il suo dono.

Convinto di riuscire a passare quasi inosservato con la testa coperta, il ragazzo aveva accettato un po’ meno a malincuore l’uscita di quella mattina. Anche perché l’unica cosa capace di rendere meno amaro il giro in paese era la carrellata di vetrine lungo la via delle botteghe di G. Natale si stava avvicinando e ogni anno, in questo periodo, i negozi ai suoi occhi sembravano più belli, colorati e illuminati. Avevano il potere di calmare il suo animo perennemente inquieto. Probabilmente perché il Natale era l’unico giorno dell’anno in cui in orfanotrofio si respirava un’aria meno cupa, il cibo era più buono ed era concesso persino mangiare un dolce. E infatti, fra le vetrine che Eligio amava di più, vi era quella della pasticceria di G. Già alcune decine di passi prima di raggiungerla nell’aria si sentiva un invitante profumo di dolci. Ad Eligio piaceva inspirare quegli odori così profondamente da avere l’impressione di sentire in bocca il sapore di quelle prelibatezze. E quasi si sentiva ubriaco.

Poco più avanti c’era la libreria di G. I libri in bella mostra esercitavano sul fulvo ragazzo un fascino misterioso. Gli piaceva fermarsi a guardarli e ad immaginarne il contenuto. Eligio non aveva mai imparato a leggere e le lettere sulla copertina, per lui incomprensibili, stimolavano ogni volta la sua fantasia. E così libri come i ‘Trionfi’ di Francesco Petrarca o il ‘Tito Andronico’ di William Shakespeare per lui dovevano essere storie tratte dalla Bibbia dal momento che la T gli ricordava il crocifisso portato al collo dai frati del paese, mentre l’Odissea probabilmente raccontava qualcosa di molto divertente poiché la O aveva la stessa forma dei biscotti. Sapeva che era tutto frutto della sua immaginazione, ma lui preferiva così, non si rammaricava del fatto che non avesse mai imparato a leggere, non ne aveva mai sentito il bisogno. L’istruzione era un privilegio dei più ricchi mentre gli orfani come lui al pari dei meno abbienti erano destinati a non saperlo fare. Era sempre stato così e così sarebbe stato per sempre. Se avesse potuto esprimere un desiderio avrebbe chiesto, invece, che i suoi capelli cambiassero colore o che cadessero senza ricrescere mai più. Era questo il suo unico cruccio: la chioma fulva.

Ma la bottega che più gli piaceva era quella dei giocattoli. Conosceva a memoria ogni singolo pezzo esposto e la posizione occupata in vetrina. Ogni volta che passava per il corso di G., pochi metri prima di arrivare davanti al negozio, Eligio si fermava e chiudeva gli occhi. Immaginava la vetrina completamente vuota. Poi, uno alla volta, comparivano i giocattoli: il cavallo a dondolo in legno, un orso grandissimo di stoffa con tre bottoni rossi sulla pancia, un trenino di latta e poi tutti gli altri. A chiudere la parata di giocattoli arrivava lei, una bambola di porcellana. Ad Eligio piaceva così tanto da conoscerne a memoria ogni dettaglio: il vestito di velluto verde decorato con merletti e fiorellini dorati, le scarpine nere, la collana di perle al collo. E poi i boccoli castani che incorniciavano un viso paffutello e marmoreo ravvivato da una piccola bocca rosso vermiglio e da due occhi color nocciola. Sul viso di Eligio comparve un sorriso. Aprì gli occhi e si affrettò a fare i pochi passi che lo separavano dal negozio. Il rituale prevedeva che si fermasse davanti alla vetrina ad ammirare dal vivo i balocchi appena rievocati con la mente. Ma l’emozione del momento fu presto spazzata via. La sua bambola non c’era più. Alla vista di quel posto vuoto sentì il respiro fermarsi in gola mentre le orecchie cominciarono a ronzargli. Barcollò e per non cadere si appoggiò al muro.

«Buongiorno Eligio» riecheggiò nell’aria. L’orfano, ancora stordito, alzò lo sguardo e vide sull’uscio della bottega di giocattoli il grasso e barbuto cappellaio di G. Accanto a lui vi era la moglie che stringeva fra le mani un regalo con un grosso fiocco di velluto verde. Gli occhi di Eligio furono subito attirati dal pacco che aveva qualcosa di familiare.

«Sono contento che il cappello sia stato di tuo gradimento. Sai cara, una settimana fa il dottor Ferraris mi ha commissionato un cappello identico a quello che realizzai per lui un mese fa. Voleva fare un regalo ad Eligio» spiegò l’uomo visibilmente compiaciuto.

«Il dottore è sempre stato un uomo di gran cuore, soprattutto con i meno fortunati» gli fece eco la moglie con tono saccente.

Queste ultime parole ebbero il potere di scuotere Eligio che fino a quel momento non era riuscito a staccare gli occhi dal pacco con il fiocco verde. Le parole di apprezzamento della donna nei confronti del suo padrone lo avevano scosso. Spostò lo sguardo verso la coppia e aprì la bocca: voleva dire qualcosa, ma le parole gli morirono in gola. Fissò il cappellaio e la moglie per qualche istante, poi abbassò lo sguardo e si allontanò zoppicando.

Si sentiva strano. Non riusciva più a pensare e gli sembrava di camminare senza che la sua testa comandasse alle gambe di muoversi. Quale strano scherzo gli stava giocando il cervello? Riuscì soltanto a percepire un urlo. Era arrivato all’improvviso e appena udite gli parvero incomprensibili. Poi, piano piano quel grido assunse le sembianze di un insieme di parole che come pezzi di un puzzle si andavano ad incastrare per formare la frase «eih zoppo». In quello stesso momento il giovane sentì qualcosa che gli colpiva la fronte. Poi una fitta. Istintivamente si toccò e vide le sue dita sporche di sangue. Alzò lo sguardo e notò davanti a sé, a poca distanza, un gruppo di ragazzini.

«Eih zoppo, è vero che sei il figlio del diavolo?» gli disse quello dall’aria più spavalda.

«Dai, facci vedere la coda e le corna» gli fece eco un compagno.

Gli altri ragazzini scoppiarono in una fragorosa risata. Non era una novità che i più giovani abitanti di G. lo prendessero in giro e suo malgrado vi si era abituato, anche se in cuor suo la cosa lo faceva soffrire. Eligio decise di proseguire per la sua strada convinto che la sua apparente indifferenza avrebbe fatto cessare la tortura. E invece, fatti pochi passi sentì abbattersi su di sé una violenta pioggia di pietre, urla e insulti. Non riuscì a mantenere l’equilibrio e cadde a terra. Si coprì la testa con le braccia nel tentativo di proteggersi da quella tempesta. Fu allora che sentì il rumore di qualcosa che picchiava su un portone e una voce: «Carletto Gitto, quante ne prenderai stato a tu padre quello che hai fatto».

Il gruppetto scappò via sghignazzando. Eligio era ancora a terra con il capo coperto. Quando alzò gli occhi per accertarsi che quella crudeltà fosse finita, la prima cosa che vide furono alcune donne impellicciate che camminavano frettolosamente e alcuni uomini seduti al caffè della piazza intenti a sorseggiare qualcosa, a chiacchierare e a leggere il giornale. Era come se per gli altri non fosse accaduto nulla. Eligio non ne fu affatto sorpreso. Una mano toccò la sua spalla. Era il vecchio e ossuto fornaio che appoggiato al suo bastone lo guardava con compassione. Era proprio ciò che il ragazzo non tollerava: la pietà. Sentì il sangue salirgli alla testa. Si rialzò in silenzio. Aveva capito che il suo salvatore era lui, ma non volle ringraziarlo. Proseguì per la sua strada: aveva delle commissioni da portare a termine il prima possibile.