Under 50, diplomate e con figli: ecco chi sono le donne vittime di violenza

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(da FoggiaToday)

Sono meno rispetto all’anno precedente, ma comunque sono tante. Sono le donne pugliesi che si rivolgono ai Centri antiviolenza. Nel 2022 – secondo il report pubblicato dall’Assessorato al Welfare della Regione Puglia – sono state 2258, ovvero 18 in meno rispetto al 2021.

Un andamento che si registra anche in Capitanata con 211 accessi nel 2022 contro i 335 dell’anno precedente. Un piccolo barlume di speranza, ma con beneficio del dubbio: ci sono state realmente meno vittime o solo meno ricorsi al CAV? 

“La comparazione fra 2021 e 2022 – ci spiega l’assessore regionale al welfare Rosa Barone – indica una leggerissima flessione nel numero di donne che si sono rivolte ai CAV non certo per la carenza di fiducia ma perchè nei due anni precedenti, 2020 e 2021, caratterizzati dalle conseguenze della pandemia da Covid 19, in Puglia così come in altre regioni, sono stati registrati più accessi. In ogni caso, a parte qualche oscillazione per il Covid, da qualche anno il numero totale di accessi supera i 2000 casi e proprio per questo motivo la Regione Puglia, insieme ai centri antiviolenza, continua a promuovere la comunicazione e la conoscenza dei servizi della rete antiviolenza al fine di raggiungere il maggior numero possibile di donne”.

Ma è anche vero che – come riporta lo stesso report – un freno alla denuncia è sicuramente dato dalla consapevolezza delle numerose difficoltà da affrontare, malgrado il pieno sostegno dei centri antiviolenza: tempi lunghi dei procedimenti, situazioni di vittimizzazione secondaria spesso legate ai percorsi giudiziari per l’affidamento dei figli nella fase di separazione, percezione di scarsa protezione, sensazione di essere poco credute oltre che poco protette.

Il focus regionale, però, oltre ai numeri fornisce anche l’identikit della vittima di violenza stilato in base agli accessi ai centri e che è lo stesso per tutte le province. Si tratta soprattutto di donne italiane (90%) di età compresa fra i 30 e i 49 anni, sposate, diplomate (con licenza media in Capitanata), con figli minorenni e senza una occupazione (ovvero disoccupate e casalinghe che insieme raggiungono quasi il 40% che diventa 52% per la provincia di Foggia). Rispetto al 2021, però, sono aumentate le laureate e le occupate che hanno fatto ricorso ad un CAV. Elemento che conferma quanto l’autonomia da occupazione stabile possa fare la differenza e incoraggiare a liberarsi da una situazione malsana.

L’occupazione sicuramente è un punto importante ai fini di intraprendere un percorso di autonomia – continua l’assessore – ma non è l’unico aspetto. La donna vittima ha necessità di riacquistare fiducia in sé, nel proprio valore, nelle sue capacità attraverso un percorso di empowerment che viene effettuato insieme alle operatrici del CAV. E a tal fine il mio assessorato ha promosso la misura ‘la dote per l’empowerment’ con interventi di sostegno abitativo, reinserimento lavorativo e accompagnamento nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Senza dimenticare la possibilità di accedere al ReD (Reddito di Dignità regionale, ndr)”.

Tornando al report regionale, anche per il 2022 i dati confermano che la violenza è prevalentemente fisica e psicologiche e che avviene soprattutto fra le mura domestiche o comunque in famiglia da uomini con cui hanno (o hanno avuto) una relazione, cioè il coniuge o il partner convivente (compresi gli ex). In sensibile aumento quella da parte di un figlio (+0,3%) e di un collega (+0,6%). L’ascolto, seguito dalla consulenza (psicologica, legale, sociale e di orientamento) sono invece i motivi principali per cui le donne si rivolgono ai centri antiviolenza.

Insomma, tante tristi conferme che evidenziano quanto il problema della violenza di genere sia ancora lontano dalla risoluzione, nonostante le politiche ad hoc e le varie iniziative come la più recente ‘Allénati contro la violenza’, la campagna di comunicazione durata un anno e voluta dagli assessorati regionali al Welfare e allo Sport per far conoscere la rete di servizi attivi sul territorio. Cosa manca ancora? 

Sicuramente bisogna puntare sul cambiamento culturale a partire dalle bambine e bambini – ci dice la Barone – per risalire poi agli adolescenti e alle famiglie. Vi è la necessità di formare anche tutto il corpo docente a riconoscere il trasferimento di stereotipi che possono essere alla base della violenza, e gli operatori e operatrici che a vario titolo si occupano di prevenzione e contrasto della violenza, al fine di cambiare l’approccio al fenomeno oltre che fornire competenze e strumenti utili per intervenire. E non vanno dimenticate le reti interistituzionali affinché tutti coloro che entrano in contatto con chi ha subito violenza agiscano in modo omogeneo, offrano sicurezza alle donne, supporto immediato e a lungo termine, circoscrivano l’autore di reato prevenendo l’atto estremo del femminicidio. La legge da sola non è sufficiente se chi la applica non è adeguatamente formato”.

(foto da Pixabay.com)