Elsie, Frances e le fate di Cottingley che ‘imbrogliarono’ anche Sir Arthur Conan Doyle.

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Questo piccolo popolo di elfi e fate, che pare viva vicino a noi, e da noi separato soltanto da qualche piccola differenza di vibrazioni, ci diventerà presto familiare. Il solo pensiero che essi siano lì, anche quando non sono visibili, aggiungerà fascino ad ogni ruscello, ad ogni valloncello, e colorirà di romantica attesa ogni passeggiata fra i campi. Il riconoscimento della loro esistenza sbalzerà nel fango, fuori dai suoi pesanti solchi, la mente materialistica del ventesimo secolo, costringendola ad ammettere che nella vita esistono anche fascino e mistero. Con questa scoperta, il mondo non avrà troppa difficoltà ad accettare quel messaggio spirituale che, sostenuto da tante prove reali, gli è già stato messo davanti in un modo tanto convincente”. (Sir Arthur Conan Doyle)

Era il novembre del 1920 quando Sir Arthur Conan Doyle, che stava scrivendo un articolo sulle fate per la rivista ‘Strand Magazine’, entrò in possesso di quella che sembrava essere la prova inconfutabile dell’esistenza di questi esseri magici. Si trattava di alcune fotografie scattate tre anni prima da due bambine nelle campagne inglesi.

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Le fotografe in erba erano Elsie Wright e Frances Griffiths, due cugine di Cottingley un villaggio vicino a Bradford in Inghilterra che nell’estate del 1917 avevano rispettivamente 16 e 10 anni. Le due ragazzine erano molto unite ed erano solite passare intere giornate insieme a giocare in una radura a Cottingley, e proprio durante uno di questi assolati pomeriggi, scattarono alcune foto con la macchina fotografica a lastre del padre di Elsie. Quando quest’ultimo le sviluppò, lo stupore in famiglia fu incontenibile: gli scatti ritraevano le due ragazzine mentre giocavano con quelle che sembravano essere delle fate. Un paio di mesi dopo ne scattarono un’altra in cui compariva uno gnomo.

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La vicenda rimase confinata entro le mura domestiche fino all’estate del 1919 quando la mamma di Elsie, Polly Wright (donna interessata al mondo dell’occulto) ne parlò durante un incontro della ‘Theosophical Society’ (organizzazione internazionale dedita allo studio e alla divulgazione delle scienze esoteriche) dedicato al tema della vita delle fate. Da lì a breve (inizio del 1920) le foto di Elsie con quattro fate che danzano e quella di Frances seduta sul prato che gioca con uno gnomo arrivarono nelle mani del teosofo Edward Gardner e poco dopo di Arthur Conan Doyle che stava scrivendo il famoso pezzo sulle fate per ‘Strand Magazine’. Proprio in questo articolo, lo scrittore raccontò che “i negativi furono sottoposti a vari esami”.

Alla Kodak, Ltd., due esperti non riuscirono a trovare alcuna pecca, ciò nonostante rifiutarono di attestarne l’autenticità, temendo qualche possibile imbroglio. Un fotoamatore di provata esperienza non volle invece accettarli per buoni a causa della sofisticata acconciatura di foggia parigina delle piccole signore fotografate. Un’altra impresa fotografica, di cui per carità tralasciamo il nome, affermò che lo sfondo era costruito da fondali di scena in uso nei teatri, e che pertanto la foto era una contraffazione del tutto priva di credibilità. Non mi restò che fare mestamente affidamento sull’incondizionato riconoscimento del signor Snelling (Harold Snelling, uno dei più grandi esperti di falsificazioni fotografiche, ndr). ‘Questi due negativi – egli afferma – sono assolutamente autentici, le foto non sono contraffatte, l’esposizione è una sola, il lavoro è eseguito all’aria aperta, ritrae le figure delle fate in movimento, e non esiste traccia alcuna del ricorso, in studio, a figure in cartoncino o carta, a sfondi scuri, a figure dipinte, e ad altri artifici. Secondo la mia opinione, le foto, senza alcun dubbio, non sono state manomesse”.

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Seppur entusiasti, i due non erano soddisfatti e convinsero le due cugine a fare altre foto con delle lastre fornite dallo stesso Gardner e che erano state segretamente marcate per rendere impossibile qualunque sostituzione. E così nel 1921 Elsie e Frances consegnarono altre tre incredibili fotografie: una in cui una fata vola vicino al viso di Frances, una seconda in cui una fata porge un mazzolino di fiori a Elsie, e l’ultima in cui un gruppo di fate prende il sole sull’erba. Per il papà di Sherlock Holmes non vi erano più dubbi: “Queste immagini sono al di là di ogni possibile trucco o artificio” scrisse. E così la storia delle fotografie e le prove della loro autenticità finirono nel suo libro del 1922 ‘The Coming of the Fairies’ alimentando per anni un acceso dibattito fra i sostenitori dell’esistenza delle fate e gli scettici.

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La verità venne a galla soltanto nel 1983 durante una intervista delle due cugine per la rivista ‘The Unexplained’: le foto erano un falso. L’idea era venuta ad Elsie dispiaciuta che la cugina venisse continuamente sgridata perché tornava a casa completamente bagnata ogni volta che le due uscivano a giocare. Frances, infatti, cercava di giustificare le sue cadute nel torrente di Cottinglay dicendo che avvenivano nel tentativo di inseguire le fate. Così Elsie decise di dare credito alla versione della cugina: realizzò con la carta delle fate ritagliando e modificando quelle del libro per ragazzi ‘Princess Mary’s Gift Book’ e fissandole al terreno con spilli per cappelli o ai rami degli alberi con dei fili. Insomma, si era trattato di uno scherzo. Ma perché il papà di Sherlock Holmes non era riuscito a smascherarlo? La risposta è in una lettera scritta da Elsie e pubblicata dal ‘British Journal of Photography’ nel 1983.

Papà ci disse che dovevamo spiegare subito come avevamo ottenuto le fotografie, così presi Frances da parte e le parlai seriamente, giacché avevo inventato io lo scherzo. Ma mi supplicò di non dir nulla perché lo ‘Strand Magazine’ le aveva già causato parecchi problemi a scuola, e io stessa mi preoccupavo per Conan Doyle che era già criticato dai giornali per la sua fede nello spiritismo e anche nelle nostre fate. Conan Doyle aveva appena perso il figlio in guerra, e probabilmente cercava di consolarsi con realtà al di fuori di questo mondo“.

Dopo la morte in guerra del figlio Kingsley, lo scrittore (e come lui tutte quelle famiglie che avevano perso qualcuno durante il primo conflitto mondiale appena concluso) aveva infatti trovato una forma di conforto nelle sedute spiritiche ed era diventato un difensore dei medium. In questo contesto, dunque, risulta chiaro che ammettere l’esistenza delle fate avrebbe reso più facile credere all’esistenza di altri fenomeni psichici e sovrannaturali come, appunto, l’evocazione dei cari estinti. Per uno strano scherzo del destino, quindi, Sherlock Holmes aveva perso il senso del razionale.

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Ma un dubbio resta. Sempre nell’intervista del 1983 in cui le due cugine svelarono l’inganno, Frances la più piccola affermò (e continuò a farlo anche in seguito) che l’ultima foto, ovvero quella delle fate che danzavano, era vera e che lei da bambina aveva visto davvero questi esseri magici. Ma non è finita. Conan Doyle nel famoso articolo sulle fate aveva anche scritto che lui e Gardner erano venuti a conoscenza del fatto che Elsie “sapeva disegnare, e che una volta aveva effettivamente eseguito alcuni disegni per un gioielliere” ma che messa alla prova per verificare se avesse o meno ‘falsificato’ le fate comparse nelle foto “nel tentativo di riprodurle ritraendole così come le aveva viste, queste risultavano completamente prive di ispirazione, e non presentavano la benché minima somiglianza con quelle riprese nelle foto”.

A questo punto, se diamo per buone le dichiarazioni del 1983, sorge un dubbio: Elsie, quella che “era l’ultima della classe” (come diceva il padre) e che aveva abbandonato presto la scuola era però stata così abile e intelligente da fingere di non saper disegnare per non essere smascherata da Doyle e Gardner? Oppure per davvero non aveva disegnato le fate?

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