I racconti di Zenone. Il candidato con il piede nella fossa

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A Laghimbergo la politica era una cosa seria, ma solo fino all’ora dell’aperitivo. “Poi diventa una recita a soggetto – sosteneva Zenone – soprattutto quando arrivano le elezioni comunali”.

Quella primavera, infatti, il piccolo borgo a ridosso del lago si stava preparando al cambio di guardia in Municipio, e Zenone aveva un solo desiderio: essere lasciato in pace in compagnia del libro che aveva appena iniziato a leggere, quello sulla vita di Santa Liduina, simbolo di resilienza, pazienza e speranza. Ma non fu così.

Tutto cominciò con un volantino lasciato all’ingresso del cimitero. Carta lucida, facciona sorridente in bella mostra e uno slogan in grassetto che recitava “Con noi anche i morti avranno voce. Vota Gino Balsamo, Sindaco del Risveglio Civile”. Zenone lo prese tra le dita, lo lesse, poi lo piegò con cura e lo usò come sottobicchiere per il succo di mirtillo.

Gino Balsamo, ometto piccoletto e rubicondo, era un rappresentante di materassi che in occasione di quella tornata elettorale aveva deciso di candidarsi: “Bisogna risollevare il paese, con la stessa energia con cui una rete ortopedica sorregge i nostri sogni” aveva detto durante un comizio con lo slancio un po’ rétro che ricordava certi politici di altri tempi. E quel giorno, quello del volantino, il candidato Balsamo aveva deciso di tentare il risveglio civile proprio dal camposanto.

Nel primo pomeriggio si era presentato in ufficio da Zenone in compagnia di un architetto, due planimetrie, un sorriso largo come un viale e una proposta.

«Voglio prenotare ufficialmente un loculo nella parte nuova» aveva detto.

«Quale parte nuova?» gli aveva chiesto Zenone aggrottando la fronte. Conosceva quel posto meglio delle sue tasche e sapeva benissimo che non c’erano lapidi nuove.

«Quella che farò costruire appena eletto» aveva proclamato con voce alta il candidato sindaco. «Sarà moderna, elegante e con vista lago, pensata per il riposo eterno ma anche per il conforto dei vivi. E poi ci saranno panchine ergonomiche, illuminazione artistica, QR code sulle lapidi per rivedere le foto dei cari e filodiffusione.»

«Vuole fare campagna elettorale dalla tomba?»

«Eh, il custode è uno spiritoso! Pensavo ad un gesto simbolico. Con una piccola cerimonia ufficiale mi prenoto il pezzo di terra e ci pianto una croce come a dire “Qui riposerò, ma intanto lavoro per voi”.»

«Io glielo dico con affetto: qua dentro ci sta gente che ha combattuto guerre, cucinato per famiglie intere, insegnato a generazioni. Se lei entra con uno slogan, mi tocca esumarli tutti per farle spiegare che qua ci si guadagna il posto in silenzio» lo avvertì Zenone.

«Se vengo eletto, lei sarà il responsabile del nuovo settore memoria civica.»

Zenone lo fissò dritto negli occhi.

«Io? No, grazie. Già gestisco i vivi che piangono, i morti che sospirano e i fantasmi che si lamentano. Di politici che promettono non ho spazio nel registro.»

«E rinuncerebbe ad una carriera sicura ed eterna?» insistette il candidato.

«Io una carriera ce l’ho già. È tutta di marmo e granito» ribatté seraficamente il custode.

Balsamo rise, batté una mano sulla spalla di Zenone e illustrò nel dettaglio la sua idea. Dopo mezz’ora di promesse, planimetrie e sorrisi da manifesto, l’uomo uscì dall’ufficio soddisfatto come se avesse già vinto.

Nei giorni successivi continuò la sua campagna con frasi a effetto e strette di mano, ripetendo ovunque: “Io non prometto soltanto ai vivi! Io parlo anche ai morti perché loro hanno diritto di essere ricordati. Prenoterò ufficialmente il mio posto al camposanto, così nessuno potrà dire che non mantengo le promesse”.

Decise di mantenere la promessa una mattina di primavera inoltrata, quando in pompa magna si ripresentò al cimitero, ma questa volta in compagnia di un gruppetto di fedelissimi elettori e di un fotografo. Aveva in mano una fettuccia rossa arrotolata e un paio di forbici, quelle grandi che si usano per il taglio del nastro alle inaugurazioni, e sul viso un sorriso pieno di entusiasmo come quello di un bambino davanti al carretto dei gelati. Ma la festa finì prima ancora di cominciare.

Al centro del vialetto dove aveva intenzione di costruire la parte nuova trovò una lapide nuova di zecca, lucida, scolpita da un artigiano del posto (che doveva un favore a Zenone). E sopra, con caratteri eleganti, c’era scritto: “Qui riposa Gino Balsamo che promise di dar voce ai morti, i quali scelsero il silenzio lasciando così il candidato senza pubblico”. Balsamo rimase di sasso.

«Chi ha autorizzato questa cosa?» urlò diventando paonazzo e facendo temere che gli venisse un infarto.

«Non voleva un gesto simbolico?» chiese Zenone serafico.

«Sì, ma questo è uno scherzo di cattivo gusto!» balbettò il candidato.

«Non è cattivo gusto: è solo una prova generale» rispose Zenone, con calma. «Se lei vuole fare campagna qui dentro, deve essere pronto al collaudo.»

Gino Balsamo restò senza parole, incredulo, e il fotografo senza pensarci troppo scattò una foto. A qualcuno della claque che si era portato dietro scappò una risatina.

L’inaugurazione simbolica fu annullata, ma l’immagine del candidato indignato accanto alla sua finta lapide fece il giro del paese dove tutti cominciarono a chiamarlo ‘il candidato con il piede nella fossa’. Tempo una settimana e Balsamo ritirò la prenotazione simbolica e pure la candidatura. Questa volta senza proclami.

Invece la sera dell’inaugurazione andata male, come di consueto Zenone si sedette sulla sua sdraio sotto il pino di quella che chiamava la spianata, si versò un bicchiere di succo di mirtillo e aprì il taccuino. Scrisse: “Le promesse dei politici hanno vita breve, invece le lapidi durano secoli. L’unico vero risveglio civile è imparare a tacere”.

(immagine by Canva)

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