Alessandra Carrillo, da manager di successo ad attrice sul set di ‘Qui non è Hollywood’

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(da FoggiaToday)

La straniera in patria e l’italianissima per gli stranieri. È così che si vede Alessandra Carrillo, foggiana, ex manager di successo, oggi attrice in ascesa e nel cast della serie ‘Qui non è Hollywood’ sul delitto di Sarah Scazzi. Perché nei film stranieri di prossima uscita sarà la tipica donna italiana (nel 2025 sarà nei cinema francesi con ‘Avec ou Sans Enfants’ della regista Elsa Blayau), nelle produzioni italiane che usciranno l’anno prossimo la vedremo nei panni di donne spagnole e francesi, mentre nella serie di Pippo Mezzapesa ambientata in Puglia, lei pugliese doc interpreta il ruolo di una giornalista romana.

Come ti sei preparata per interpretare il tuo ruolo?

In realtà, quando mi è arrivato il provino, sapevo molto poco del delitto di Avetrana. Nel 2010 vivevo all’estero, lavoravo in una multinazionale in Spagna, stavo completando il mio MBA in Inghilterra e seguivo i notiziari soprattutto internazionali. All’epoca non sapevo assolutamente nulla del caso. Per il ruolo, quindi, ho dovuto cercare e approfondire, ho recuperato una serie di video e interviste, ho visto il documentario ‘Sarah, la ragazza di Avetrana’ (prodotto da Groenlandia, ndr) e ho studiato usi e costumi dei programmi tv di cronaca nera. Ho cercato di entrare nel ruolo della giornalista dal punto di vista investigativo fermandomi a quanto sapeva fino alla sera della diretta. Ho deciso di non saperne di più. E l’aver vissuto all’estero all’epoca dei fatti, quindi lontana dalla tragedia, mi ha permesso di avere un punto di vista allineato con il personaggio fino all’ultimo ciak.

I veri protagonisti della serie sono le emozioni: il bisogno d’amore (Sarah), la rabbia (Sabrina), il senso di oppressione (Michele), la fermezza (Cosima). Qual è quella del tuo personaggio?

La determinazione, anche se non so se la definirei emozione. Ciò su cui ho lavorato era il voler portare a casa il risultato: andare ad Avetrana, intervistare e approfondire le diverse chiavi di lettura dell’evento, cercare la verità e tornarmene a Roma. Fare bene il mio lavoro, insomma. L’emozione potrebbe essere ‘l’ansia da prestazione’ soprattutto sotto pressione, ma gestita – in qualche modo – nonostante tutto. 

La stampa diventa una sorta di ‘quinta voce’ che racconta l’omicidio, ma in maniera spietata, morbosa e barbarica. Insomma, non fa proprio una bella figura con questo accanimento (che fu reale) e che ad oggi probabilmente resta un unicum nella storia dell’informazione: perché – secondo te – in quell’occasione i media divennero ‘lupi affamati’?

Da attori si lavora sulle emozioni, non sulla descrizione. Come attore non giudichi mai il personaggio, anzi cerchi di entrare in empatia e così, lavorando – come detto prima – su determinazione ed ansia da prestazione, magari vengono fuori tonalità meno chiare dell’essere umano, perché abbiamo tutti le nostre fragilità, paure e vuoti, personali e professionali. Poi ero sì l’inviata della diretta Tv che segnava un momento chiave nella tragedia di Avetrana, ma ero una giornalista, non la giornalista: rappresento quindi non la persona, ma un personaggio che incarna un lavoro alla continua ricerca della notizia, nonostante tutto. Dall’altra parte c’è Daniela (interpretata da Anna Ferzetti, ndr) anche lei simbolo di quel giornalismo che fa di tutto per cercare la notizia, ma lei ha modo di cambiare rotta nel corso della serie.  Tutt’intorno ci sono le centinaia, migliaia di giornalisti e curiosi. Il titolo stesso ‘Qui non è Hollywood’ racchiude il senso di questa ‘quinta voce’ che racconta l’omicidio e la risposta al tuo perché è nello sguardo antropologico della serie, tra luci e suoni che rimbombano dentro ognuno di noi.

A più di una settimana dalla messa in onda, ‘Qui non è Hollywood’ è in cima alla classifica italiana delle pellicole più viste su Disney plus. Secondo te perchè?

Ho avuto la possibilità di vedere i quattro episodi sul grande schermo alla Festa del Cinema di Roma dove la serie ha avuto la sua premiere: ogni episodio, grazie ai suoi protagonisti, grazie ad ogni linea sui volti, ad ogni goccia di sudore, ha toccato più corde dell’anima e oltre. Sono felice di vedere che stia avendo successo. Io l’ho vista da spettatrice che non sapeva cosa sarebbe successo dopo, l’ho vista da straniera ed ho visto una storia che andava oltre la storia, che parlava alla natura umana, quella nascosta, che indagava l’animo quando sfiora e affonda nella banalità del male.

Questa serie per te ha anche un significato particolare in termini affettivi…

È stato il mio papà ad accompagnarmi al provino a Giovinazzo. Quel giorno mi ha sentita ripetere infinite volte le battute, ed è stata forse la prima volta che ha compreso quale fosse il mio lavoro, il mio nuovo lavoro da qualche anno a questa parte. Probabilmente quando scenderò a Foggia a fine mese e guarderemo insieme la serie, sarà più chiaro per lui in cosa si è trasformata l’energia di quel giorno insieme in macchina. E forse capirà anche perché, dopo anni da manager in giro per il mondo, abbia deciso di tornare in Italia e cambiare vita, dedicandomi a raccontare storie prestando voce e corpo, in un legame indissolubile tra la mia terra ed il mondo. A piccoli passi, con un piccolo grande sogno. 

Cosa ti porti a casa da questa esperienza?

La possibilità che ho avuto di lavorare con dei bravissimi professionisti e con colleghi della mia città (nel cast ci sono anche gli attori foggiani Lorenzo Sepalone e Dino La Cecilia, la foggiana Valentina Del Carmine, responsabile casting, ndr). Con Pippo Mezzapesa desideravo lavorare da tempo: mi innamorai de ‘Il Bene Mio’, del suo amore per la nostra Puglia, della sua comprensione delle anime che vivono ed hanno vissuto queste terre arse dal sole, anime di profondità complesse, di colori, di bianco e neri, di infinite sfumature di emozioni dalla poesia delle ‘Spose Infelici’ alla tragedia greca di Avetrana. La cronaca nera non mi ha mai interessato molto, l’antropologia e la vulnerabilità del bene e del male sì, invece.