Bontempelli, Minnie la candida e la folle denuncia della società industriale di inizio Novecento

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Ah ma no, sai, l’amore mio era vero, sai; quello no, nessuno l’ha messo lui fabbricato dentro in me: sono io, quello, l’amore mio, sai? tutto vero l’amore mio. Il resto, no”. (Minnie)

Il resto non è altro che la società dei primi decenni del Novecento. Una società ‘artificiale’ secondo la protagonista di Minnie la candida dramma scritto da Massimo Bontempelli (1878 – 1960) nel 1927 e andato in scena per la prima volta l’anno successivo. Si tratta di un’opera in tre atti con la quale lo scrittore di origini comasche crea per il teatro un personaggio femminile che scardina gli schemi ‘di genere’ della drammaturgia contemporanea: Minnie – una donna – si fa carico della missione tipicamente maschile (vedi il teatro di Pirandello) di denunciare le storture della società del tempo. Una società capitalistica e industriale in cui l’individuo non conta più nulla dinanzi ai giganteschi apparati impersonali dell’economia e della società: egli è ridotto a rotella di un ingranaggio sempre più perfezionato che ne condiziona comportamenti, idee e scelte che risultano essere omologate e che non tengono in conto passioni, impulsi e inclinazioni. L’uomo è ridotto a marionetta e vive un’esistenza inautentica e alienante. In questo clima nasce Minnie (e nel 1927 esce nelle sale cinematografiche il film Metropolis di Fritz Lang).

Minnie è una giovane ragazza straniera che vive felice perché crede candidamente che il mondo sia puro e innocente (come lei). Il suo mondo viene stravolto quando il fidanzato Skagerrak, con la complicità dell’amico Tirreno, le fa credere che i pesciolini contenuti in un acquario siano creature artificiali e che insieme a loro ci siano anche 12 esseri umani artificiali che, scappati dal laboratorio, si aggirano per la città indisturbati, indistinguibili dagli uomini veri e inconsapevoli della propria natura non umana. Minnie entra in crisi. Per lei è inconcepibile che possano esistere esseri robotizzati privi di sentimenti. L’incubo della meccanizzazione si impossessa di lei a tal punto che la ragazza impazzisce e inizia a non distinguere più gli uomini dagli automi. Vede ovunque esseri artificiali che non tradiscono alcuna emotività (arriva a pensare che siano robot anche lo zio del fidanzato e la compagna di Tirreno). Invano Skagerrak e l’amico cercano di farle capire che il loro era stato uno scherzo. Minnie, infatti, inizia a dubitare anche di se stessa: se gli automi non sanno di essere tali, allora anche lei potrebbe essere “una di quelle povere fabbricate”. L’esistenza per lei, dunque, diviene insopportabile e decide di suicidarsi.

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Minnie la candida è, dunque, il primo vero personaggio femminile fuori di chiave del teatro italiano. Come i protagonisti del teatro di Pirandello, anche lei è un essere stonato rispetto al resto del mondo perché vive secondo valori universali ormai dimenticati (l’amore) e senza indossare maschere. Il candore, quindi, diventa il segno di riconoscimento dell’essere ancora umano perché l’uomo “quando non vuole più bene è come l’uomo fabbricato e si butta via… oppure marcisce”.

Quindi l’estremo atto finale non è una conseguenza del dubbio che la attanaglia: lei sa bene di essere umana perché è in grado di amare, cosa che gli automi non sanno fare. Al contrario, il suicidio è per lei l’unico modo per affermarsi come essere umano dal momento che i robot non possono uccidersi. Ma non solo. Morire per Minnie significa anche riuscire finalmente a vivere la propria vita seppur in un altro posto che non sia il mondo così come è diventato agli inizi del Novecento e che è ben rappresentato dalla città di notte descritta nell’ultimo atto.

Un mondo meccanizzato (la città illuminata) dedito al consumismo inarrestabile (frammenti di pubblicità luminose… nuove se ne aggiungono) caratterizzato da ritmi frenetici (alcune pubblicità si muovono) e dal non riuscire più a comunicare (le pubblicità sono in lingue diverse, alcune fatte di sillabe senza significato). Un mondo finto che nella scena finale è ben rappresentato dal cielo che, complice la “nebbia rossiccia” creata dal riflesso delle luci della pubblicità, sembra che “s’è data il rossetto”.

SKAGERRAK (accenna alla vetrata) Più aperto, si soffoca. È bella la notte fuori. (Apre. Si vede la città illuminata; si vedono frammenti di pubblicità luminose, alcune si muovono; in lingue diverse; alcune fatte di sillabe senza significato; e durante il dialogo che segue, nuove se ne aggiungono. È tutto un palpitare di luci sul nero profondo).
TIRRENO È tutta finta. Non c’è più cielo. Vedi, in alto, c’è una nebbia rossiccia, che fa da cielo, sopra tutta la città.
SKAGERRAK Quante scritte! c’è tutta la vita? No, tutta no. Ma le cose più importanti: (additando) alberghi… tacchi elastici… spumante… un dentifricio… automobili, il grammofono… cani di Pekino… spumante, automobili… tutti di luce, tutta luce. È bello. Tutto a stelle. Sarà un miliardo di stelle.
TIRRENO Sono pianeti nuovi, Skager. Una volta non c’erano.
SKAGERRAK Ce n’erano degli altri. Queste qui hanno scacciato le vecchie costellazioni del cielo. Sono costellazioni finte: forse sono più belle? Guarda.
TIRRENO Il cielo s’è dato il rossetto.