L’ALLATTAMENTO (PARTE PRIMA). STORIA DI UNA MAMMA CHE VOLEVA ALLATTARE AL SENO

Allattare al seno è il modo più naturale per continuare quel rapporto speciale e unico che si è creato tra te e tuo figlio, durante la gravidanza. È un momento ricco di emozioni, che crea un legame intenso aiutando te e il tuo piccolo a conoscervi e a crescere.  Favorisce quel legame eccezionale che solo una mamma può stabilire con il suo bambino. Il bambino, infatti, è programmato dalla natura per compiere, dopo aver fatto il suo primo respiro, la seconda azione importante della sua vita: succhiare. L’allattamento al seno, quindi, è assolutamente istintivo: se si lascia un neonato appena nato sul ventre materno, si potrà osservare come lentamente riesca a spingersi verso il seno ed inizi a succhiare.  

Questo è quanto apprendi durante la gravidanza. Nove mesi in cui ti raccontano e leggi meraviglie sull’allattamento al seno. E tu, naturalmente, fantastichi e ti prepari. Non ti importa che i primi tempi dovrai fare le nottate. Quando il frugolo nasce, infatti, tu hai già allestito il suo baby pit-stop con tanto di poltrona, lampada dalla luce soffusa e stereo programmato con gli mp3 che gli facevi ascoltare quando era ancora nella pancia.

Bello… emozionante… Peccato che a me non sia andata esattamente così. Il mio cucciolo di uomo non ne voleva proprio sapere di attaccarsi al seno. Messo sul mio ventre, preferiva una bella dormita piuttosto che fare Indiana Jones alla ricerca della tetta perduta (in questo è tutto sua madre!). Non c’erano posizioni e cuscini per l’allattamento che tenessero. Perché aveva tagliato il traguardo con ben diciotto giorni di anticipo sulla tabella di marcia (“signora, suo figlio è piccolo e pigro), e perché (come mi spiegò in ospedale uno dei pediatri che l’aveva visitato) “è del tutto normale che un neonato non mangi nelle prime 24-48 ore di vita: è ancora sazio di quanto assunto nel ventre della madre durante la gravidanza”! Ah sì? Mah…

E allora panico! Io sapevo che il peggio che poteva capitarmi erano le ragadi al seno, che biberon e ciuccio erano banditi perché avrebbero compromesso la buona riuscita dell’allattamento naturale, che il latte materno protegge da numerose malattie e che non esiste donna che non possa allattare. Nessuno mi aveva preparata all’eventualità che mio figlio, nonostante i tentativi delle puericultrici, non si sarebbe attaccato al seno.

Dunque, cosa faccio? Scelgo il latte in formula? Sciagurata, tuo figlio così si ammalerà più facilmente senza gli anticorpi del latte materno e soffrirà di stitichezza a causa del latte artificiale”.

Allora uso la tiralatte e gli do il mio latte nel biberon? “Pazza, così non imparerà mai a succhiare dal tuo seno

Ok, adopero il paracapezzoli… “Scellerata, il paracapezzoli confonde il neonato che così ha la sensazione di succhiare dal biberon e non dal capezzolo.

Eureka: lo faccio digiunare fino a quando non impara ad attaccarsi al seno!

E invece, per non farlo morire di fame ho scelto il biberon (che mio figlio ha apprezzato fin da subito per la facilità con cui riusciva a succhiare) e l’allattamento misto perché con la tiralatte non riuscivo a “tirare” le quantità sufficienti per tutte le poppate. Dopo circa un mese, con mio grande rammarico, ho optato per il solo latte in formula. Da quel momento le ansie (indotte dagli altri) sono arrivate puntuali come le poppate: si ammalerà più facilmente, soffrirà di stitichezza, non si creerà quel legame eccezionale tipico dell’allattamento al seno?

Oggi, posso senza alcun dubbio affermare che “i figli del biberon” (anche io lo sono stata!) crescono sani (con qualche raffreddore in più? …non lo sapremo mai) e amano la mamma. E lo scrivo con animo sereno e cognizione di causa grazie a mio figlio e anche alla conoscenza di altre mamme che hanno affrontato le mie stesse difficoltà e che loro malgrado hanno scelto di non allattare al seno. Ne siamo tante, non siamo (state) né pazze e né sciagurate quando abbiamo optato per il latte artificiale, ma abbiamo fatto la mamma che sceglie di non far morire di fame il suo piccolo. Chiamatelo pure istinto animale…

(Tratto dal mio libello ‘Il piccolo non è un bambolotto’)

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