‘I martiri di G.’: capitolo VII

Una folla inferocita stava attraversando la via delle botteghe. C’erano uomini e donne, e alcuni brandivano minacciosamente bastoni e forche. Alla testa del corteo tutt’altro che pacifico vi era Marino Gitto che guidava i cittadini di G. con passo deciso e senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte, quasi fosse in uno stato di trance.

Superata la via delle botteghe, il gruppo si inerpicò lungo una stretta strada in salita che portava nella parte più antica di G., quella in cui vivevano le famiglie facoltose. Quella dove si trovava anche l’abitazione del dottor Marco Tullio Ferraris.

Lo stuolo si fermò proprio davanti alla casa del medico. Marino Gitto iniziò a picchiare con forza contro il portone e ad intimare a gran voce di aprire. Poco dopo l’uscio si aprì e spuntò il viso di Eligio. Alla vista del fulvo ragazzo, l’uomo sentì salirgli il sangue alla testa. Urlandogli contro ‘assassino’ lo afferrò per un braccio e lo scaraventò con violenza fuori di casa, in mezzo alla folla che si avventò su di lui con insulti e bastonate. Sotto quei colpi, Eligio non ebbe il tempo di realizzare quello che gli stava accadendo. Sentiva solo dolore, un dolore talmente acuto da impedirgli qualsiasi movimento e pensiero. Non riusciva nemmeno a parlare.

Richiamato dal frastuono di quella bolgia, il dottor Ferraris comparve sull’uscio.

«Cosa sta succedendo?» chiese visibilmente seccato.

Al suono di quelle parole, il linciaggio si fermò. Tutti si girarono verso il dottore che solo in quel momento vide Eligio a terra sanguinante.

«Siete tutti impazziti?» chiese stizzito mentre zoppicando si avvicinò al ragazzo per aiutarlo a rialzarsi.

«È un assassino. Ha ammazzato mio figlio» gli rispose l’uomo.

«Ma cosa andate farneticando? Avete bevuto anche stasera? Oppure avete di nuovo perso a carte…» lo schernì il medico.

«Abbiamo trovato questo sul luogo dell’assassinio» disse un uomo tra la folla mostrando il cappello nero a fasce grigie.

Eligio guardò il suo padrone, il dottore restò impassibile, come se non avesse sentito. Un istante dopo il giovane dai capelli rossi si sentì afferrare di nuovo e trascinare via. Continuava a cercare con lo sguardo il suo padrone mentre le sue orecchie percepivano parole come ‘assassino’, ‘ ‘fune’, ‘palo’. Parole che per lui non avevano alcun senso. Quando non riuscì più a vedere il dottore si accorse che per lui era stata allestita una forca usando un lampione ricurvo che ormai non funzionava più da tempo. Ebbe appena il tempo di realizzare che sentì un colpo sulla pancia. Le gambe cedettero e cadde a terra. Qualcuno gli legò le mani dietro la schiena. Non sentiva più il suo corpo, la testa era diventata pesante e sentiva le grida della gente rimbombargli nel cervello.

Si sentì prendere di peso e vide qualcuno mettergli una corda al collo. Era talmente stretta che da sola sarebbe stata sufficiente ad ucciderlo. Avvertì una strana sensazione, come se il suo collo venisse tirato per essere allungato. Sentì la terra venirgli meno sotto i piedi mentre la folla intorno a lui diventava sempre più piccola, o più semplicemente lontana. Era come volare, ma con una corda stretta al collo. Una corda talmente stretta da impedirgli di inghiottire la saliva, da fermare il respiro.

Nessuno disse una parola. Il primo ad andare via fu Marino Gitto. Gli altri lo seguirono. Eliano rimase a guardare il corpo di Eligio, ormai privo di vita, che pendeva dal lampione. Anche il dottor Ferraris era ancora lì. Lui e il giovane studente si guardarono in silenzio, poi il medico rientrò in casa. Percorse il corridoio zoppicando. Tutta colpa di quel vaso: e pensare che le calle non gli erano neanche mai piaciute, pensò. Arrivò nel salotto. Tirò fuori da una tasca una piccola chiave. La infilò nella toppa della porta del suo studio, girò e aprì. Vi entrò richiudendo subito la porta dietro di sé.

La stanza era semibuia, c’era solo una lampada ad olio che rischiarava appena l’ambiente. Raggiunse un tavolo, il suo tavolo da lavoro. Su di esso c’era una bacinella con un liquido incolore dall’odore molto forte. Dentro, due bulbi oculari. Li guardò. Emise un profondo sospiro.