Eduardo e gli affetti familiari da ricomporre: Natale in casa Cupiello

Eduardo De Filippo la definì “un parto trigemino con una gravidanza di quattro anni”. I tre atti della sua commedia Natale in casa Cupiello, infatti, nascono uno alla volta, in anni diversi, mentre il copione (all’inizio prevalentemente a soggetto, soprattutto durante le prove) subisce continui rimaneggiamenti alla luce delle invenzioni nate in scena e in base a numero e caratteristiche fisiche degli attori.

Nasce come atto unico (l’attuale secondo) nel 1931. Si tratta di uno sketch da avanspettacolo dove dominano gli equivoci perché il dramma vero e proprio non ancora esplode. Infatti tutto ruota intorno alle baruffe tra zio e nipote, al tormentone “Nun me piace ‘o Presepio!” e alle gags della lettera di Natale e dei capitoni fuggiti.

Durante la stagione teatrale 1932-1933 al Teatro Sannazzaro, Eduardo ripresenta il Natale arricchito di un primo atto, una sorta di prologo che introduce lo spettatore ad una osservazione più accurata dell’ambiente familiare di Luca anche se l’autore mantiene ancora il tono farsesco e il carattere caricaturale dei personaggi.

Il 9 aprile del 1934 al Teatro Olimpia di Milano viene rappresentato per la prima volta il terzo atto, la tragedia moderna, che verrà subito accantonato almeno fino al dicembre del 1936: il finale in cui Luca moribondo fa giurare eterna fedeltà ai due amanti è un duro colpo per una società perbenista che pone tra i suoi fondamenti il culto della famiglia.

Intanto il passare degli anni (e delle rappresentazioni) fa sentire la sua influenza anche sul tono farsesco dei primi due atti che viene a poco a poco smorzato: colpa della guerra che ha trasformato i giorni pari in dispari.

Chi non cambia, però, è lui, il protagonista: Luca Cupiello, svagato e inetto pater familias perennemente fuori-ruolo e fuori-tempo. Lui è il candido della situazione, il folle non-intonato con il resto della famiglia perché trascorre il tempo dedicandosi alla costruzione del Presepe senza rendersi conto del dramma che si sta consumando. Un Presepe che, come per gli altri folli eduardiani, diventa l’anti-linguaggio con cui il protagonista si esprime e che inevitabilmente lo isola dal resto del mondo che parla un linguaggio diverso dal suo.

O Presebbio che ogni anno Luca si ostina a rimettere in piedi, infatti, è il simbolo di quell’amore filiale e coniugale che dovrebbe regnare in ogni famiglia, ma che nella sua è ormai un lontanissimo ricordo. Con questo rito che si ripete ogni anno, quindi, il protagonista si illude di ristabilire l’ordine, ma è chiaro fin dalle prime battute che la sua famiglia non è lo specchio, bensì l’alter-ego della Sacra Famiglia perché segnata dalla discordia quanto la seconda dall’unione. E lo dimostra proprio il rapporto che tutti gli altri hanno con il suo Presepe: per la moglie Concetta è solo “’na spesa e nu perdimento di tempo inutile” mentre la figlia Ninuccia in uno scatto di ira lo fa a pezzi (non è un caso che sia proprio lei a distruggerlo: sta minacciando l’unità familiare perché ha un amante). Infine c’è il figlio Tommasino, l’unico capace di turbare intimamente Luca perché la sua dispettosa indifferenza (più che gli atteggiamenti di moglie e figlia) fa temere la distruzione morale definitiva del mito del Presepio. Tommasino, infatti, rappresenta il futuro pater familias che, nella testa di Luca, dovrebbe conservare e tramandare gli antichi valori ai quali, però, il giovane pare preferire ben altro (“’a zuppa ‘e latte” e i furtarelli ai danni dello zio). Il protagonista cercherà addirittura di rabbonire il figlio ricorrendo persino a maldestri ed inefficaci tentativi di corruzione quali un nuovo guardaroba e la complicità nelle sue abitudini furtive, ma sarà tutto inutile. Alla domanda “Te piace ‘o Presebbio?” Tommasino risponderà sempre con un convinto “No”. È lo scontro fra generazioni tanto caro ad Eduardo.

Ma alla fine Luca deve fare i conti con la triste realtà e nel terzo brevissimo atto lo troviamo a letto morente e semiparalizzato perché “la realtà dei fatti (la figlia ha un amante, ndr) ha piegato come un giunco il provato fisico dell’uomo che per anni ha vissuto nell’ingenuo candore della sua ignoranza”. Come tutti i folli, anche il suo destino è quello di morire (che si tratti di morte fisica o isolamento, poco importa perché questa è la sorte comune degli ‘stonati’ nel Novecento), ma non prima di aver realizzato il suo personale “Presepe grande come il mondo” che soltanto lui, però, riesce a vedere perché nel mondo il male continua ad avere il sopravvento. Nel terzo atto, infatti, al suo capezzale si ristabilisce l’unità familiare, anche se per colpa di un equivoco: nel delirio della febbre Luca ravvisa nelle sembianze di Vittorio quelle di suo genero Nicolino e dà la sua benedizione a figlia e amante. Infine riesce a tirare il figlio nell’orbita dei suoi pensieri e dei suoi ideali . Prima che cali il sipario Luca ha il tempo di chiedere trasognato per l’ultima volta “Tommasi’, te piace ‘o Presebbio?”. E il figlio, che “è il solo a comprendere tutta la tragedia” gli risponde finalmente “” sancendo in tal modo la sua crescita. Tommasino è diventato uomo, prenderà in mano le redini della famiglia che, se fino a quel momento era stata di tipo matriarcale per l’inettitudine di un padre mancato, ora torna ad essere patriarcale.